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L’ospedale per animali selvatici a Bitetto, diciassette ettari di verde

Si trova a Bitetto l’ospedale per animali selvatici, con diciassette ettari di verde nel quale vivono falchi e bianconi, serpenti, cicogne, poiane, nibbi, cigni, anatre, gufi, cinghiali e daini. Qui l’osservatorio faunistico regionale ogni giorno accoglie e cura gli animali feriti o che arrivano in situazioni di difficoltà da tutta la regione. Un ospedale davvero speciale nato nei primi anni ’80 come centro nel quale si allevava la selvaggina per ripopolare le specie cacciabili, trasformatosi nel corso degli anni. A partire dagli anni ’90 infatti grazie alla legge 27/98 si è trasformato in struttura tecnica regionale con diverse funzioni per tutelare la fauna e raccogliere dati che consentissero un approfondimento sullo stato di salute degli animali selvatici in Puglia.

Affidato dallo scorso anno a Maria Carmela Sinisi, l’ospedale per animali selvatici si sta trasformando in uno spazio dedicato anche a finalità didattiche e di educazione ambientale, per giungere poi alla realizzazione finale di un museo. «Mi sono innamorata di questo luogo e sto cercando con tutte le mie energie di ridargli dignità da quando sono arrivata – ha dichiarato Maria Carmela Sinisi, responsabile del progetto– purtroppo non abbiamo molta attenzione dai nostri decisori politici di riferimento e invece ce ne sarebbe bisogno perché svolgiamo un compito importante nella difesa del territorio. Devo anche sottolineare l’impegno di tutti i miei collaboratori, che saltano riposi e ferie pur di garantire agli animali che ospitiamo tutte le cure di cui hanno bisogno». Un centro caratterizzato da intensa attività estiva che quest’anno grazie all’impegno dei dipendenti è rimasto aperto più a lungo, con studenti e medici veterinari che garantiscono un servizio di apertura sino a settembre dal lunedì al sabato dalle 9 alle 17.

Come ha dichiarato una dipendente dell’osservatorio, è bello poter pensare di avere un presidio di biodiversità all’interno della regione, un luogo in cui si è animati da grande passione, dove si può lavorare con animali speciali, capendo l’importanza di difendere la natura. La libertà negli occhi degli esemplari che vogliono tornare al loro stato privo di condizioni parla già approfonditamente di questa necessità degli esseri viventi. Un centro caratterizzato da un’attività frenetica, soprattutto d’estate quando i volontari portano in sede animali feriti che hanno bisogno di cure e cibo.

«Nel 2016 abbiamo accolto oltre 1.200 animali, e quest’anno i numeri sono in forte crescita, ad oggi siamo già oltre i 1.700. Solo in una giornata ne abbiamo ricevuti 200. Grazie ad un accordo con la facoltà Veterinaria dell’Università di Bari abbiamo medici specializzati che assistono gli esemplari che ci arrivano: gli animali vengono registrati, curati e poi se possibile liberati nel loro habitat. In genere sono circa il 50% quelli che possono tornare liberi, gli altri magari ormai disabili restano con noi. Indispensabile il lavoro dei nostri veterinari coordinati dal prof. Camarda, incredibile per dedizione ed impegno. –e prosegue– Il nostro Osservatorio è un centro importante per difendere il territorio, ci rendiamo conto che destiamo interesse, che la sensibilità ambientale cresce e questo ci stimola a dare il meglio, ma abbiamo bisogno di risorse. Accogliamo scolaresche in visita, abbiamo rapporti con le associazioni di volontari, ci sarebbe la necessità di lavorare in rete con altre strutture nella regione. Dopo tanti sforzi quello che ci resta sono i nostri animali: i tanti ospiti stabili dell’Osservatorio perché non possono più vivere liberi, ma anche i tanti animali che abbiamo curato e messo in libertà. Due storie hanno commosso tutti noi. Una cicogna liberata lo scorso 29 giugno nell’Oasi del Lago Salso: è stata con noi tre anni per guarire dalla grave frattura all’ala e per la riabilitazione. Vederla librarsi libera è stato un momento bellissimo e lei, come volesse salutarci, ha volato a lungo sopra di noi. E un cucciolo di volpe trovata appena nata con il cordone ombelicale ancora attaccato, vicino al corpo della madre morta investita e che abbiamo allattato e svezzato. Per riabilitarla alla vita selvatica, oramai si era addomesticata, sono stati necessari due anni, è stata liberata nel bosco delle Pianelle nel Tarantino».


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