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Oggi è San Michele e in molti paesi pugliesi significa campane, processioni, feste patronali, ma c’è stato un tempo in cui, accanto al suono delle campane, se ne poteva riconoscere un altro. Più basso, irregolare, lontano: quello dei campanacci. Per generazioni di pastori, la fine di settembre era il momento in cui bisognava guardare l’erba, sentire il cambiamento dell’aria, preparare gli animali e rimettersi in cammino. L’estate finiva quando la strada ricominciava ed è proprio qui che San Michele Arcangelo incontra una delle storie più profonde del nostro paesaggio rurale: la transumanza in Puglia.
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Proviamo a immaginare una mattina di fine settembre di poco più di un secolo fa. Davanti c’è un tratturo, largo e polveroso. Il sole non ha ancora perso del tutto il calore estivo, ma le ore di luce sono diminuite e sulle alture le notti cominciano a diventare più fredde. Un pastore cammina davanti al gregge. Dietro di lui avanzano centinaia di animali, accompagnati dai cani. Il viaggio sarà lungo. La destinazione sono le pianure meridionali e soprattutto il Tavoliere, dove l’inverno offre condizioni più favorevoli rispetto alle montagne dell’Abruzzo e del Molise. Questa migrazione stagionale è la transumanza in Puglia, una pratica antichissima che per secoli ha messo in movimento uomini, animali ed economie intere e la fine di settembre rappresentava uno dei suoi grandi momenti di passaggio.
Nel 1447 Alfonso I d’Aragona istituì la Regia Dogana della Mena delle Pecore di Puglia, organizzando amministrativamente un sistema pastorale già molto più antico. Il movimento delle greggi aveva così anche un calendario preciso. La stagione dei pascoli invernali cominciava intorno alla fine di settembre e si concludeva con la primavera. Due ricorrenze legate a San Michele finirono per diventare punti di riferimento di questo ciclo: il 29 settembre e l’8 maggio.
Per comprenderne davvero il significato bisogna dimenticare, per un momento, il nostro modo di misurare il tempo. Per una famiglia che viveva di pastorizia, l’anno non era composto soltanto dallo scorrere dei mesi dell’anno. C’era il tempo della partenza e quello del ritorno. Il tempo dell’erba nuova, quello del freddo, quello delle fiere e quello dei pascoli. Dire “San Michele” poteva significare molto più del nome di un santo, bensì “è arrivato il momento di muoversi”.
Per far passare greggi così numerose servivano grandi vie erbose e cioè i tratturi. A loro si collegavano tratturelli e bracci, formando una rete che attraversava campagne, colline e pianure. Lungo questi percorsi si trovavano masserie, fontane, taverne e luoghi dove uomini e animali potevano fermarsi. Pensare ai tratturi soltanto come a “strade per le pecore” significa raccontarne metà della storia, perché insieme alle greggi viaggiavano anche le persone e insieme a loro viaggiavano parole, canti, accenti, ricette, formaggi, tecniche di lavorazione, racconti e devozioni.
Un pastore poteva lasciare una montagna abruzzese e arrivare mesi dopo nel Tavoliere portando con sé un modo di parlare, un canto imparato da bambino, una preghiera o un sapere sul latte e sulla lana. La transumanza in Puglia non ha quindi soltanto attraversato il paesaggio: in qualche modo lo ha modellato e cucito insieme.
Su queste strade la figura dell’Arcangelo diventava una presenza particolarmente significativa. Monte Sant’Angelo, sul Gargano, custodisce uno dei più importanti santuari micaelici d’Europa. Per secoli la sua grotta ha attirato pellegrini provenienti da territori lontani e nel mondo antico le strade raramente avevano una sola funzione. Una via poteva condurre a un pascolo e, più avanti, a una fiera. Poteva essere percorsa da commercianti, contadini, pellegrini e pastori. Per questo la devozione a San Michele Arcangelo finì per entrare profondamente anche nell’immaginario delle comunità rurali. L’Arcangelo proteggeva, combatteva il male, vegliava e chi affrontava settimane di viaggio insieme a un gregge aveva molte ragioni per affidarsi a una figura capace di vegliare sulla strada.
Sui Monti Dauni questo rapporto tra devozione e vita pastorale è ancora particolarmente evidente. A Orsara di Puglia, San Michele viene celebrato sia in maggio sia a settembre. La statua settecentesca dell’Arcangelo viene portata nella grotta nella ricorrenza primaverile e vi rimane fino alla festa autunnale. Per secoli quelle stesse date furono anche giorni di fiera, che nella Puglia rurale rappresentava il momento in cui arrivavano persone dai paesi vicini, si vendevano animali, si scambiavano prodotti, si concludevano accordi, si ascoltavano notizie. Per qualche giorno il paese cambiava ritmo, proprio come la stagione.
Il legame tra San Michele e il mondo dei pastori non si ferma al Gargano. A Gravina la memoria della transumanza in Puglia conserva ancora il rapporto tra le ricorrenze micaeliche e gli antichi percorsi pastorali. Qui il passaggio dei pastori non appartiene soltanto alle carte d’archivio: è parte della storia di un paesaggio fatto di gravine, grotte, campagne e vie percorse per generazioni.
Ancora più eloquente è ciò che accadeva a Massafra. Qui il periodo di utilizzo dei pascoli poteva essere indicato con un’espressione semplicissima: “da un Sant’Angelo all’altro”. Dal 29 settembre all’8 maggio. Queste parole bastavano per definire mesi di lavoro. Non occorreva aggiungere altro, perché tutti sapevano cosa significassero. Questa forse è una delle immagini più belle che questa storia ci ha lasciato: il tempo misurato non con i numeri, ma con il ritorno di una festa.
Oggi le grandi migrazioni di greggi non attraversano più il Tavoliere nelle dimensioni di un tempo. Eppure basta uscire dalle strade più trafficate per accorgersi che quella Puglia non è completamente scomparsa. I tracciati sopravvivono. Alcune masserie ricordano ancora la loro funzione. Il paesaggio conserva corridoi, muri, fontane, toponimi. La stessa transumanza è oggi riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Perché attorno a quel movimento si è costruito un sapere: conoscere i pascoli, leggere il clima, curare il gregge, condividere il viaggio, orientarsi nel territorio, tramandare gesti e conoscenze. Un sapere senza libri, imparato camminando.
Oggi celebriamo San Michele e sappiamo già che ottobre è dietro l’angolo. Tra pochi giorni cambieranno definitivamente le giornate. Le campagne avranno un altro odore, arriveranno le prime piogge più insistenti, le cucine cominceranno lentamente a riempirsi di sapori diversi. Per chi viveva di terra e animali, però, tutto questo era organizzazione della vita, non solo atmosfera.
Il 29 settembre poteva significare preparare una partenza, aprire un pascolo, incontrare una fiera, salutare qualcuno che sarebbe rimasto lontano per mesi. Era una soglia. Qualcosa che ci ricorda che la Puglia non ha sempre attraversato le stagioni come facciamo noi. Prima delle luminarie, prima dei grandi pranzi, prima delle tavole delle feste, c’erano altri segnali che annunciavano l’arrivo della parte più raccolta dell’anno.
Una strada d’erba, un gregge in movimento, il suono dei campanacci e San Michele a segnare il momento in cui l’estate, finalmente, cominciava a lasciarci.

Data: 29 Set 2026
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