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Taranto, scoperta un’ancora di 4000 anni fa: il video

matacchiera

Nuovi reperti archeologici individuati nelle acque di Taranto, tra i quali un’ancora litica che potrebbe avere anche 4000 anni. Sono le scoperte realizzate in un’immersione subacquea da Fabio Matacchiera, responsabile del Fondo Antidiossina, che ha documentato il tutto con video e foto.

“Durante alcune immersioni effettuate con uno scooter sottomarino nelle acque antistanti la marina di Pulsano – spiega Matacchiera – ho localizzato alcuni reperti che potrebbero avere rilevante interesse storico. In particolare, facendo riferimento a precisi riscontri riportati nella letteratura scientifica e al parere di alcuni archeologi di provata esperienza, a cui ho sottoposto foto e filmati dei reperti in questione, ritengo di avere rinvenuto un’ancora litica che, per la sua forma circolare/quadrangolare con foro centrale, potrebbe essere databile tra il secondo millennio a.C. e l’età arcaica (VII – VI sec. a.C.). Nelle vicinanze ho individuato anche un presunto scandaglio (o peso monetale?) anch’esso in pietra e, un po’ più distante, un ceppo litico di ancora riconducibile al periodo ellenistico. Naturalmente i reperti in questione non sono stati da me rimossi, ma sono stati solo fotografati e filmati. Una volta accertatomi della originalità della scoperta, ho provveduto ad informare la Soprintendenza Archeologica della Puglia e il C.te Vincenzo Casaregola delle Sez. Navale delle Guardia di Finanza di Taranto.”

Il ritrovamento filmato da Fabio Matacchiera, responsabile del Fondo Antidiossina

“Relativamente a questa nuova scoperta, l’archeologa tarantina Patrizia Guastella, da me interpellata, unitamente ad un altro archeologo, Prof. Mario Lazzarini, auspica un rilevamento scientifico degli interessanti oggetti rinvenuti sulla base di una quadrettatura georeferenziata, anche prodotta a campione, al fine di stimolare la ricerca archeologica sistematica dell’ampio e preziosissimo giacimento subacqueo tarantino”. La stessa Guastella scrive a tal proposito: “nel rinvenimento di singoli oggetti, spesso si dimentica il costante e copioso uso, nell’antichità, di legno, cuoio, corde, combinati con manufatti litici che formano numerose strumentazioni nautiche per l’ancoraggio, per la pesca (di diverso tipo, compresa quella del corallo) e per le attrezzature di bordo. Solo il rilevamento archeologico dei numerosissimi oggetti presenti nel fondale marino di Taranto, secondo una precisa mappatura nautica che tenga conto delle linee batimetriche, delle presenze archeologiche a terra, delle sorgenti d’acqua dolce, e successivamente il recupero degli oggetti catalogati per forma, dimensione, peso e contesto potrà gettare luce sulla organizzazione di porti, approdi, alaggi e sistemi portuali e retro-portuali della costa Tarantina, in funzione dell’ampia rada portuale di Mar Grande e di Mar Piccolo. Il Porto di Taranto, visto come sistema di approdi legati, a terra, alla complessa maglia viaria ed ai sistemi acquedottistici ed insediativi, ricopre una valenza archeologica di massimo livello fin dall’età Neolitica (come dimostrano i numerosi villaggi trincerati e non del territorio costiero e para-costiero) e nell’età del Bronzo (villaggi costieri con gruppi stanziali di Micenei). Tale organizzazione attraversa tutte le epoche storiche e perdura sino all’età Medievale avanzata. Quindi i rinvenimenti tarantini non vanno considerati come singoli oggetti, o aree di frammenti isolate, localizzate presso questo o quel tratto di costa, ma appartenenti all’insieme del giacimento archeologico subacqueo visto come ‘Sistema portuale e di approdo’, che abbraccia la fascia costiera, le isole e l’intera rada di Mar Grande ed inserito nel più ampio quadro della Navigazione Antica del Mediterraneo”.


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